Tenuta Santa Maria

14 Agosto 2026

Il giardino come pensiero

Dal saggio Of Gardens di Francis Bacon alle riflessioni di Ippolito Pindemonte sul giardino paesaggistico inglese, scopri una visione della natura guidata con mano leggera. A Tenuta Santa Maria questa filosofia prende vita nel parco e nel brolo veneto, dove bellezza, coltivazione e paesaggio della Valpolicella si incontrano.

Il giardino come pensiero

Pindemonte e la nostra idea di parco

Nel 1792, davanti all’Accademia di scienze, lettere ed arti di Padova, Ippolito Pindemonte lesse una dissertazione che avrebbe atteso venticinque anni prima di trovare la sua forma definitiva a stampa: uscì infatti a Verona nel 1817, presso la tipografia Mainardi, in appendice alle sue Prose e poesie campestri. Il titolo, oggi poco frequentato fuori dagli studi letterari, dice già tutto: Dissertazione su i giardini inglesi e sul merito in ciò dell’Italia.

Non è un caso che quelle pagine siano nate e siano state stampate qui, tra Verona e la Valpolicella, terra che Pindemonte conosceva da vicino e dove soggiornò a lungo. Il suo non era un trattato di giardinaggio, ma una riflessione sul rapporto tra natura e artificio, tra ordine geometrico e libertà del paesaggio. Pindemonte guardava al giardino inglese — irregolare, ondulato, costruito per sembrare non costruito — come a un luogo dove la natura viene assecondata più che dominata, e dove il visitatore è invitato a smarrirsi e a pensare, non semplicemente a passeggiare tra siepi disegnate col compasso.

Un pensiero che viene da più lontano: Francis Bacon

Due secoli prima di Pindemonte, un altro spirito aveva già posto le fondamenta filosofiche di questa stessa idea: Francis Bacon, il pensatore inglese che più di ogni altro insegnò all’età moderna a osservare la natura invece di imporle un ordine astratto. Non stupisce che proprio Bacon, padre del metodo empirico, abbia dedicato al giardino una delle sue riflessioni più intime, il celebre saggio Of Gardens, pubblicato nel 1625.

Bacon apre il suo saggio con un’affermazione che è insieme teologica ed estetica: “God Almighty first planted a garden” — fu Dio stesso, scrive, a piantare il primo giardino, rendendo il coltivare la terra un gesto che precede ogni altra arte umana, architettura compresa.

È un’idea che risuona con sorprendente coerenza in quella di Pindemonte: per Bacon come per il poeta veronese, il giardino non è un accessorio del vivere civile, ma la sua espressione più alta — più alta persino del costruire, perché richiede una sapienza che collabora con la natura invece di sostituirsi ad essa. Bacon stesso osservava, quasi con rammarico, che gli uomini imparano a costruire con eleganza prima di imparare a coltivare con la stessa raffinatezza, come se il giardinare fosse la perfezione più difficile da raggiungere.

Nel suo saggio, Bacon immagina un giardino ideale che non conosce stagioni morte: per ogni mese dell’anno prescrive fiori, arbusti sempreverdi ed essenze diverse, così che vi sia sempre qualcosa in fiore, sempre qualcosa da scoprire. È un principio di successione naturale, non di quadro fisso — la stessa logica che regge un parco pensato per essere attraversato in tempi diversi dell’anno, e che si oppone, con altrettanta fermezza, al gusto per la topiaria troppo elaborata: Bacon confessava una certa insofferenza per le siepi ritagliate a forma di animali e figure, definendole un divertimento più adatto ai bambini che alla vera arte del giardino.

Tra Bacon e Pindemonte corre un filo diretto, anche se un secolo e mezzo li separa: entrambi rifiutano il giardino come esibizione di controllo geometrico e lo immaginano invece come luogo di osservazione paziente, di stagioni che si succedono, di una natura assecondata più che dominata. Non sorprende che proprio quella filosofia empirica e naturalistica, nata in Inghilterra con Bacon, sia poi confluita, un secolo dopo, nel giardino paesaggistico inglese che Pindemonte avrebbe difeso — e che l’Italia, a suo dire, non aveva alcun bisogno di importare come una novità, avendola già, a suo modo, praticata da sempre.

Un’idea che qui non è mai stata solo teoria

Quando si cammina nel nostro parco, quell’idea smette di essere letteratura e diventa esperienza fisica. I sentieri non corrono in linea retta: seguono la logica del terreno, aprono scorci inattesi, lasciano che alberi secolari, radure e piccole architetture si rivelino un poco alla volta, come in una narrazione che non consegna subito tutto il suo significato. È esattamente il principio che Pindemonte difendeva contro i giardini “all’italiana” più rigidi, e che Bacon aveva già anticipato: la bellezza che nasce dal lasciar fare alla natura, guidandola con mano leggera.

Accanto al parco, e in continuità ideale con esso, si distende il brolo — la forma più antica e più veneta di questo stesso pensiero. Il brolo non è un giardino ornamentale né un semplice orto: è uno spazio chiuso e coltivato, dove alberi da frutto, vite e verde si intrecciano senza gerarchia netta tra utile e bello. È, in un certo senso, l’archetipo locale di ciò che Pindemonte cercava di rivendicare per l’Italia: la prova che la nostra tradizione non aveva bisogno di guardare solo a Londra per trovare un rapporto sapiente e non dispotico con la natura. Il brolo veneto, a suo modo, aveva già anticipato quella lezione — ed è, forse, la risposta italiana più antica e più silenziosa alla domanda che Bacon si poneva già nel Seicento.

Il merito dell’Italia

È qui che la dissertazione di Pindemonte diventa particolarmente utile a chi, come noi, vive ogni giorno tra vigne e giardini. Il “merito dell’Italia” a cui allude il titolo non era una rivendicazione campanilistica, ma un invito a riconoscere che il paesaggio italiano — collinare, terrazzato, punteggiato di brogli e di vigneti che seguono le curve del suolo — possedeva già una sua naturale irregolarità, una bellezza non progettata a tavolino. Il giardino inglese, per Pindemonte, non era un’importazione da imitare pedissequamente, ma uno specchio che rimandava all’Italia qualcosa che l’Italia aveva, semplicemente, smesso di guardare con attenzione.

Percorrere oggi il nostro parco e poi scendere verso il brolo significa attraversare, quasi senza accorgersene, quattro secoli di questo stesso pensiero: dalla filosofia naturale di Bacon, che vedeva nel giardino la più pura tra le gioie umane, fino all’eco più esplicita del giardino romantico teorizzato da Pindemonte, per arrivare infine alla forma contadina e veneta che quella stessa sensibilità aveva sempre custodito, in silenzio, ben prima che qualcuno sentisse il bisogno di scriverne un trattato.

Un invito, per chi ci viene a trovare: prima il parco, poi il brolo. E magari, tra un passo e l’altro, un pensiero per chi — a Londra come a Verona — ha saputo mettere per iscritto ciò che questi luoghi raccontano ancora oggi in silenzio.

Tenuta Santa Maria

14 Agosto 2026